Dall’arte al codice, senza perdere la semplicità.
Sono Diego. Sviluppo software dal 2018: prodotti, infrastrutture, sistemi AI. Ho studiato informatica e poi Belle Arti, e le due cose convivono in tutto quello che costruisco.
Oggi lavoro da freelance come Komorebi Studio. Mi chiamano per i progetti complicati; il lavoro è farli sembrare semplici.

Software engineer freelance: costruisco prodotti end-to-end, dal backend all’interfaccia. Lavoro con aziende che hanno bisogno di sistemi che funzionano quando conta.
La tecnologia mi interessa quando risolve un problema concreto nella vita quotidiana. Farlo bene richiede competenza, giudizio e responsabilità.
Voglio lavorare su problemi in cui l’impatto si vede: meno lavoro ripetitivo, decisioni più chiare o più tempo per le persone che usano il sistema.
Da dove vengo.
In azienda: sistemi che non possono fermarsi
Ho iniziato dentro le aziende, su infrastrutture che milioni di persone usavano senza saperlo: dati sportivi live durante le partite, piattaforme IoT per flotte aziendali, business intelligence per multinazionali. Sistemi che nessuno nota, finché non si fermano. Lì ho imparato cosa vuol dire lavorare su larga scala, e quanto costa un errore quando il sistema non è tuo.
Cosa mi resta: progettare per il momento in cui qualcosa andrà storto.
Cofondatore: costruire prodotti miei
Poi ho cofondato una S.r.l. e ho smesso di eseguire specifiche per iniziare a scriverle. Footprint e Tradepick.ai non erano commesse: erano prodotti. Scegliere cosa costruire, sbagliare a spese proprie, farsi carico del rischio. È l’unico modo per capire la differenza tra scrivere codice e fare un prodotto.
Cosa mi resta: un prodotto non è finito quando funziona, ma quando qualcuno lo usa.
Indipendente: clienti miei, end-to-end
Oggi lavoro in proprio. 600.000 referti medici da digitalizzare e analizzare, un assistente per la pianificazione nutrizionale, una piattaforma di recruiting di cui porto avanti da solo sviluppo e infrastruttura: progetti che seguo dalla prima riunione al deploy, con tutto quello che c’è in mezzo.
Cosa mi resta: rispondere del sistema intero, non di un pezzo.
Quando chiudo il laptop.
Puoi trovarmi a pianificare il prossimo viaggio in Giappone, a esplorare posti nuovi o immerso in un libro, un anime, un manga. Komorebi, la luce che filtra tra le foglie, è una parola che mi sono tatuato (con grande dispiacere di mia madre, non è l’unico tatuaggio) e a cui sono legato. Mi ricorda di cercare la semplicità, in ogni cosa.
Credo nell’equilibrio. Il lavoro è importante, ma non è tutto. Le pause mi ricaricano, i viaggi mi danno prospettiva, il tempo libero mi rende più creativo anche nel codice.
Una strada, per tappe.
Frequento un ITIS a indirizzo informatico: è qui che costruisco le basi tecniche su cui poi poggerà tutto il resto, dai primi programmi ai progetti più complessi.
All’Accademia di Belle Arti, indirizzo Nuovi Media, lavoro su una tesi che unisce reti neurali e analisi dell’estetica degli stili artistici. Capisco che l’AI può essere uno strumento creativo potente, non solo un tema accademico.
Lavoro come software engineer in consulenza: mi faccio le ossa in settori sempre diversi, dal tirocinio alla gestione di una o due persone, a contatto diretto con clienti e team.
Mi prendo una pausa dal lavoro. Viaggio, mi dedico alle persone che amo e a quello che mi piace fare. È lì che decido di mettermi in proprio: lavorare a modo mio, studiare, costruire prodotti con una visione mia.
Avvio la mia attività freelance come Komorebi Studio. La luce che filtra tra le foglie: semplicità nei progetti complessi. Costruisco prodotti miei e lavoro con clienti che cercano la stessa qualità.